lunedì 13 aprile 2009

Scenario Pubblico Neotango 06 Dicembre 2008: Mamié&Carlitos

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lunedì 25 agosto 2008

Clavel del aire

Quest'anno, durante una escursione nel Nord dell'Argentina, ho avuto modo di osservare questo strano groviglio di erbetta secca arrotololato tra i fili della corrente elettrica. Incuriosito, chiesi a un amico argentino, esperto botanico, di cosa si trattasse. L'amico, con molta sufficienza mi rispose: ma come non lo sai? E' "el clavel del aire".
Ebbi un sussulto e subito mi venne in mente parte di un tango del 1946 di Carlos Di Sarli cantato da Jorge Duran, clavel del aire, che io conosco bene:

Como el clavel del aire, así era ella, igual que la flor prendida en mi corazón... Oh, cuánto lloré porque me dejó...! Como el clavel del aire, así era ella, igual que la flor en esta región, igual que un ombú solito y sin flor, así era yo!
Y presa del dolor los años viví, igual que un ombú en esta región. Y mi ramazón secándose iba cuando ella una tarde mi sombra buscó. Un ave cantó en mi ramazón y el árbol sin flores tuvo su flor.
Más, un feliz viajero, viajero maldito!, el pago cruzó. En brazos de él se me fue, y yo me quedé de nuevo sin flor. El que cruzó fue el viento, el viento Pampero que se la llevó...!

Bello, tutto molto bello, però qualcosa non mi tornava. Come mai nel 1930 Fernán Silva Valdes (con musica di Juan de Dios Filiberto) pubblicando il tango "clavel del aire" scrisse che lei, la donna, era bella così come un fiore di clavel?
Certo che a vedere quell'intreccio di rami secchi non mi veniva proprio di paragonarlo ad una bella donna.
Un paio di giorni dopo, più a sud, a Cafayate, ho fotografato un altro clavel adagiato in un tronco d'albero ma che aveva già qualche foglia.

Certamente questa volta si riesce ad intravedere almeno un pò di vegetazione ma siamo molto distanti dal paragonare el clavel a "ella, igual que la flor". Qui di fiori nemmeno l'ombra, ma evidentemente non era stagione di fioritura. Ma cosa è questo clavel del aire?

El Clavel del aire appartiene alla specie di Tillandsia capillaris, famiglia Bromeliaceae, ordine Bromeliales. Vive sospeso in aria assumendo acqua, come vapore, microelementi, sostanze azotate e nutrienti dall'aria attraverso gli stomi e le piccole radici. Non sono piante parassite, hanno un loro apparato biosintetico autonomo. Ma il fiore, il fiore è qualcosa di veramente stupendo!

Ora capisco Fernán Silva Valdes quando scrisse "así era ella, igual que la flor". Purtroppo le cose belle non durano tutto il tempo e..."el viento Pampero que se la llevó...! "

Chi volesse ascoltare altra interpretazione strumentale di clavel del aire può provare con l'Orchestra Tipica Victor, anni 30, o con Florindo Sassone, anni 50.



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El Social


Cari amici, se volete trascorrere a Buenos Aires un sabato sera in una milonga veramente diversa dalle altre, andate da El Social (vedi link http://www.elsocialbuenosaires.blogspot.com/)
Avete riconosciuto qualcuno tra gli organizzatori?
Si! Proprio loro: Viviana Parra e Mariano Pedernera






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domenica 18 novembre 2007

Tango de salón

Il nostro amico Leo Flumini ci diletta ancora con suo post

Tango de salón“ o non „Tango de salón“? Questo è il problema.
Ve lo vedete a Sheakspeare con un video di tango in mano e il braccio teso che si pone il quesito? Credo di no, anche perchè la domanda in questione non è poi tanto importante come quella di „Essere o non essere“.
Pare comunque che per vivere bene, o per lo meno meglio, dobbiamo trovare una risposta anche a domande di secondaria importanza.

Vogliamo parlare di problemi? Il vero problema nel tango è di voler dare una definizione a tutto. Almeno questo è quello che io osservo da quasi venticinque anni. Quanti tipi di tanghi sono definiti? Ne ricordo alcuni: de salón, canyengue, orillero, milonguero, de el cientro, fantasia, show, figurato, electro tango, tango joven, tango nuevo, tango cool … ce ne sono ancora di definizioni ma mi arrendo. Ritorniamo al nostro “tango de salón”.

Pepito Avellaneda, morto alcuni anni fa, molto conosciuto anche in Europa per la milonga che ballava stile … beh lasciamo perdere, diceva sul tango de salón: se si vede un solo “ocho” non è più tango de salón.
A Teté (Rusconi), che io ammiro molto per il suo tango stile … lasciamo perdere anche qui, sentii dire che lui balla il “tango de salón”. Nel tango di Teté si vedono però “ochos” a bizzeffe e tante altre delizie, alcune delle quali irraggiungibili se non per i santi che stanno in paradiso.
Ma allora, qual è fra i due il “tango de salón”?
La mia opinione personale è che entrambe le definizioni sono giuste. La differenza, sempre secondo me, è che Pepito ha dato una definizione seguendo la storia dell’evoluzione del tango mentre Teté ha dato una definizione rivolta allo spazio dove ancora oggi la collettività lo balla: una sala, ovvero il “salón”.

Se la memoria delle tante cose lette su questo argomento non m’inganna, il “tango de salón” è il tango che fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento uscì dai sobborghi di Buenos Aires ed entrò nelle famiglie – sia operaie che dell’alta borghesia – però scrupolosamente ripulito da indecenze come “cortes” e “quebradas”.
Bisogna dopotutto considerare i tempi. Nei “patios” quando ci si riuniva si raccomandava di ballare senza “corte” e “quebrada” e nelle case dell’aristocrazia porteña, in occasione delle serate danzanti, il tango era ostacolato non solo dall’etichetta dell’epoca ma anche dal fatto che gli uomini vestivano il frac e le donne facevano sfoggio di elegantissimi e complicati abiti da sera.
Un “milonguero” mi raccontò che negli anni 40, quando lui frequentava le sale da ballo rionali, c’era una persona incaricata di osservare le coppie durante il ballo e guai se la mano dell’uomo dalla spalla della donna scivolava sui fianchi. Il cazziatone era garantito. Bisogna anche sapere che le ragazze, non sposate, andavano accompagnate dalle madri, le quali, è inutile dirlo, le marcavano strette. Le sposate invece andavano con il marito o non si sognavano di andare da sole.

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sabato 17 novembre 2007

Buenos Aires febbraio 2007



Che emozione stare accanto a Alberto Podestá e poter abbracciare Coca in un tango!

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venerdì 16 novembre 2007

La malizia nel tango

Nel nostro blog ospitiamo un interessante articolo di Leo Flumini sul tango.

"Ai tempi quando Betta filava c’erano diversi tanghi con un titolo che sotto sotto aveva un significato che avrebbe scandalizzato la morale di quell’epoca e, forse, anche quella di oggi.
Menziono alcuni titoli e sono convinto che in loro vi arrivi il sapore di quella malizia che tanto distingue noi italiani. O forse avrei dovuto dire siciliani?
Del 1890, più o meno, è il tango di Pedro Quijano “!Que polvo con tanto viento!”. Polvo vuol dire polvere, quindi “Che polvere con tanto vento” si potrebbe tradurre il titolo in questione. “Hechar un polvo” significa però scopare e non nel senso di fare pulizie. Viento, ovvero vento in lunfardo significa invece denaro. Quindi, domanda da centomila euro: qual è il vero significato? … Bravi! Indovinato!
Da allora in poi vennero titoli come “Tres sin sacar”. Qui si tratta di una prestazione degna di encomio, alla quale noi siciliani siamo abituati; infatti il titolo si potrebbe tradurre semplicemente così: “Tre volte senza tirarla (o tirarlo) fuori”.
Un dettaglio da non tralasciare era naturalmente l’illustrazione sul frontespizio degli spartiti di questi tanghi, la quale era sì innocente ma, sotto, sotto …
Il frontespizio dello spartito del tango “Va Celina en la punta” è rappresentato da una giumenta che appunto si chiama Celina e si appresta a vincere una corsa di purosangue all’ippodromo. Celina, in spagnolo si pronuncia selina. Se leggiamo “Va Celina” senza prendere fiato arriviamo sia in spagnolo che in italiano alla stessa conclusione.
Un tango di Terés è intitolato “Tocamelá Carolina”; naturalmente il signore in questione, nell’illustrazione, sta chiedendo a Carolina che gli suoni (tocar in spagnolo significa sia suonare che toccare) la musica che a lui tanto piace. Cosa toccherà Carolina? Dipenderà dal modo di leggere il titolo.
A parte i giochi di parole e le illustrazioni c’è il dettaglio della pronuncia. Ernesto Zóboli nel 1905 fa conoscere al pubblico un tango intitolato “Hacele el rulo a la vieja”. Rulo significa ricciolo. “Fai il ricciolo alla vecchia” è l’innocente incoraggiamento che viene da questo tango. Qui però non importa il significato della parola “rulo”, bensì come si pronuncia, magari storpiandola.
E cosa dire di “Cara Sucia”, viso sporco? Si dice, e c’è da crederci, che il titolo originario era “Concha Sucia”. “Concha” vuol dire conghiglia, ma anche … quella cosa per la quale noi “masculi”, “masculini” e “masculazzi” andiamo tanto pazzi. L’autore di questo tango è il violinista Casimiro, conosciuto come “El Negro Casimiro”.
Fermiamoci ancora sul soggetto “Cara”, viso. Nel 1901 Manuel Campoamor fa conoscere al pubblico un tango famosissimo con il titolo di “La C….. de la L…”.
Gli uomini sapevano naturalmente che i punti sospensivi nascondevano “oncha” e “ora”. Questo tango diventò poi così famoso che gli imposero il titolo romantico di “La Cara de la Luna”.
Concludiamo questa bizzarra carrellata di titoli che meritano di essere ricordati con: “Tocámelo que me gusta”, di Mazzoni. “El fierrazo” di Macchi e “Dónde topa que no dentra?” di Gobbi. Topar si dice quando una cosa urta con altra.
Ah! Questi uomini! Ma questo non è il titolo di un tango. Avrebbe potuto esserlo."

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sabato 27 ottobre 2007

Mirada y Cabeceo



Nella maggior parte delle milongas di Buenos Aires esiste un codice comportamentale da rispettare (mirada e cabeceo), un vero e proprio galateo del tango.

Mirada: la mirada è lo scambio di sguardi tra uomo e donna, con i quali ognuno cerca di far capire all’altro che gli farebbe piacere ballare assieme. Una volta che l’uomo è certo che la mirada sia rivolta a lui, mette in atto il cabeceo.
Cabeceo: piccolo movimento con la testa con il quale l’uomo invita la donna a ballare. Si tratta di un’usanza ancora presente nelle milonghe tradizionali, che permette all’uomo di invitare una dama a distanza, senza quasi farsi notare, dopo essersi assicurato che la donna stesse guardando proprio lui (mirada).

Se mirada e cabeceo sono andati a buon fine, l’uomo si alza e procede nella sala in direzione della donna. La donna, si alza anche lei e si avvicina all’uomo in attesa dell’abbraccio di ballo. Al primo brano della tanda l’uomo cinge la donna e inizia a ballare. E’ usanza a Buenos Aires, tra un brano e l’altro, fare dieci o quindici secondi di conversazione e di convenevoli e poi si riprende a ballare, tutti insieme come per magia. Questo è l’unico vero momento di socialità in milonga, infatti subito dopo la tanda si rientra ai propri posti di “mirada”.
Naturalmente tutto ciò richiede una disposizione particolare nelle milonghe. Cioè gli uomini si siedono da una parte e le donne da una parte della sala (solitamente frontale) in modo da rendere facile la mirada. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la tanda e la cortina. Finita la tanda ( 3 o 4 brani di tango rigorosamente della stessa orchestra e dello stesso periodo musicale), scatta la cortina l’uomo accompagna la ballerina quanto più possibile in prossimità del suo posto a sedere e si riparte per una successiva mirada.
La mirada è veramente “mirata”. Bisogna puntare lo sguardo verso un’unica dama e valutare rapidamente se è interessata, altrimenti si orientano le attenzioni altrove. Tutto questo succede in pochi secondi perché è inutile mirare chi non ha intenzione di dirigere il proprio sguardo verso qualcuno. Si può mirare, e fare cabeceo, anche tra un brano e l’altro della tanda.
A Buenos Aires se un ballerino si siede in coppia c’è un motivo ben preciso che va rispettato, vuol dire che i due hanno scelto di ballare insieme per tutta la serata. Le coppie invece che si recano in milonga per ballare con altri si siedono rispettivamente uomini con uomini e donne con donne. Ed è per questo che nelle milongas esistono tre settori: uomini, donne e coppie. Anche tra ballerini che si conoscono bene, se seduti in modo convenzionalmente separati, va rispettato il codice “mirada y cabeceo”, al massimo è concesso un rapido e frugale saluto prima di raggiungere il posto assegnato e, solitamente, prenotato.

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